1984

1984, romanzo di George Orwell.

Scritto da George Orwell nel 1948 (da qui nasce il titolo), 1984 è uno dei più famosi romanzi di questo scrittore ed è stato pubblicato nel 1949. Ambientato in una possibile ed ipotetica Londra del futuro e in un mondo dominato da tre super potenze (Oceania, Eurasia ed Estasia), caratterizzate da un regime totalitario e in continua lotta fra di loro per il possesso dei territori, racconta la storia di Winston Smith, un impiegato del Partito Esterno che lavora presso gli uffici del Ministero della Verità, dove si occupa della rielaborazione e correzione delle informazioni pubblicate nei libri e sui giornali. Il nostro protagonista conduce una vita monotona e semplice, seguendo ciecamente quelle che sono le leggi e la corrente di pensiero dominante del suo paese, dove non è assolutamente data la possibilità di usare la propria testa, di dire ciò che si pensa, di formulare un pensiero. Tuttavia, la situazione è destinata a cambiare quando acquista quello che diventerà col tempo un diario, il suo diario, qualcosa di strettamente personale su cui il regime totalitario del suo paese non potrà metterci facilmente gli occhi e le mani.

Una scena di 1984.

Dopo aver riportato solo parte della trama (eh si, voglio che lo leggiate, se non lo avete ancora fatto), passiamo alle considerazioni personali. 1984 è un romanzo che ho letto in estate, durante il periodo in cui frequentavo ancora il liceo e studiavo la letteratura inglese. Ricordo che più leggevo, più mi attraeva e mi piaceva, nonostante in alcune parti mi mettesse ansia, angoscia, amarezza e tristezza. Questo romanzo può essere considerato come un racconto di denuncia verso l’istituzione stessa del regime totalitario, fascista o comunista che sia (George Orwell infatti non fa alcuna differenza al riguardo, perché una dittatura è pur sempre una dittatura con un tiranno al comando).
Leggendo 1984, veniamo messi di fronte a una realtà che può essere tranquillamente possibile, una realtà dove il governo si adopera grazie alla propaganda e alla rielaborazione continua delle informazioni (rese già pubbliche in precedenza) con il solo ed unico scopo di cancellarle, di sottrarre all’uomo la capacità di pensare, di formulare un pensiero con la propria testa. E, se si esce dal binario per caso, si passa a una vera e propria sessione di tortura, con la quale ci si pone l’obiettivo di annientare la persona e di conformarla di nuovo alla massa. Questo è ciò che succede presso il Ministero dell’Amore, dove l’imputato viene sottoposto ad una serie di tre torture, in cui l’ultima è la più atroce perché fa fronte a quella che è la sua più grande paura, il suo incubo peggiore. Una volta che si cede e la capacità di pensare svanisce di nuovo, si finisce per amare il carnefice stesso, colui che ti osserva ventiquattro ore su ventiquattro attraverso la televisione sempre accesa (non è consentito spegnerla) oppure attraverso i manifesti sparsi in ogni angolo della città. La persona di cui parliamo è il Grande Fratello, un uomo che nessuno ha mai visto di persona e dal vivo eppure riesce a incutere lo stesso paura e timore.

Riassumendo quanto abbiamo detto fino ad ora, 1984 è un romanzo fin troppo attuale e ciò che racconta esiste ancora oggi nel nostro mondo, in diverse forme soprattutto.
Penso di aver detto tutto, quindi la nostra recensione termina qui. A presto miei cari Sognatori e mie care Sognatrici e ricordate: “chi sogna, viaggia“.

Leggi anche: La fattoria degli animali

Il richiamo della foresta

La copertina proposta da Fabbri Editore per Il richiamo della foresta.

Il richiamo della foresta – The Call of the Wild in lingua originale – è un romanzo scritto da Jack London e pubblicato nel 1904. Racconta la storia di Buck, un cane nato dall’unione tra un San Bernardo e un Cane Pastore Scozzese. Vive in una fattoria della California, finché un giorno il giardiniere lo vende di nascosto a un brutale e losco trafficante, il quale lo porterà nel Klondike per soddisfare la richiesta sempre più alta di cani da slitta per la “corsa all’oro”.
Lì comincia la sua vita come cane da slitta e subisce maltrattamenti da parte dell’uomo secondo la “legge della zanna e del bastone”. In oltre si trova anche a doversi difendere dall’attacco degli altri cani, in particolare da Spitz, il capobranco che successivamente affronterà e ucciderà, diventando di conseguenza lui il nuovo leader della muta.
Dopo essere passato da un proprietario all’altro e dopo aver subito tanti maltrattamenti, viene salvato da un cercatore d’oro di nome John Thorton e va a vivere con lui ai margini della foresta, dove l’uomo sta cercando una miniera abbandonata. In quel luogo comincia a sentire il richiamo della foresta, che si fa così forte da spingerlo anche a entrare in contatto con i suoi parenti antichi e ancestrali: i lupi. Quando torna dal suo padrone, scopre che lui e gli altri sono stati uccisi dai Nativi Americani del posto e, dopo averli vendicati, torna nella foresta e si unisce al branco di lupi, diventandone il leader.

Buck insieme a John Thornton in Il richiamo della foresta.

Dopo aver parlato della trama, passiamo alle considerazioni personali. Mentre in Zanna Bianca si passa dalla vita selvatica a quella domestica, in Il richiamo della foresta avviene esattamente il contrario. Buck ci è stato presentato come un cane da compagnia e probabilmente anche da pastore, ma, quando entra in contatto con una realtà diversa dalla precedente, si trasforma in un cane selvatico. La vita dura e selvaggia proposta dal Klondike risveglia nel nostro protagonista un istinto sopito nel tempo (e forse addirittura dimenticato) e, quando non ha più nessun legame con la civiltà, decide di rispondere a quel richiamo ancestrale e di tornare ad essere un figlio della foresta, così come erano i suoi antenati tanti ma tantissimi anni fa prima di lui.
Anche in questa storia Jack London è stato bravissimo a raccontarla dal punto di vista di un animale, che vede cambiare improvvisamente la sua vita da un giorno ad un altro e non gli è facile trovare una spiegazione a tutto questo. Ed anche qui si affrontano alcune tematiche che abbiamo già visto in Zanna Bianca, in particolare il tema della violenza, messo ben in evidenza dai maltrattamenti che il nostro protagonista subisce sia dagli uomini che dagli altri cani (questi ultimi potrebbero essere tranquillamente giustificati perché sono animali e seguono il loro istinto).
La nostra recensione su Il richiamo della foresta termina qui.
A presto miei cari Sognatori e mie care Sognatrici e ricordate: “chi sogna, viaggia”.

Leggi anche: Zanna Bianca

Oliver Twist

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Una delle tante e diverse copertine di Oliver Twist.

Scritto da Charles Dickens, Oliver Twist è un romanzo inglese di carattere sociale, in quanto descrive una realtà ben diversa e soprattutto ben lontana da quella raccontata dai canoni e dalle ideologie vittoriane (così tanto cantate ed elogiate), mostrando quanto queste ultime fossero delle vere e proprie ipocrisie, le classiche parole buttate a vento senza nulla di concreto fra le mani. Tratta in particolar modo della povertà, dello sfruttamento minorile, della prostituzione e della criminalità urbana ben presente e ben radicata nella Londra dell’Ottocento.
La storia ha come protagonista Oliver Twist, un bambino rimasto praticamente orfano sin dalla nascita. Cresciuto in un orfanotrofio, viene affidato nuovamente all’ospizio dov’è nato per poi essere praticamente scacciato da lì con la scusa che lo affidano a un becchino come apprendista. Dal momento che la sua situazione non è affatto migliorata, il ragazzo decide di scappare e il suo cammino lo condurrà fino a Londra, dove vivrà una serie di avventure e disavventure da cui ne uscirà vincitore in un modo oppure in un altro e scoprirà anche qualcosa su sé stesso, sulle proprie origini.

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Una scena tratta dal film di Oliver Twist del 2005, di Roman Polanski.

Oliver Twist è un romanzo che ha riscosso così tanto successo da essere considerato come un classico della letteratura inglese (ma anche mondiale eh!) e ancora oggi viene studiato a scuola. Lo posso confermare, visto che l’ho letto quando stavo al liceo e l’ho studiato durante le lezioni di letteratura inglese.
Che cosa penso di questo romanzo? Che sia senza ombra di dubbio piuttosto attuale. Tratta tematiche che ancora oggi sono forti in quei paesi che non hanno avuto così tanta fortuna, a causa della colonizzazione, delle guerre usate come scusa per depredare le risorse di quelle terre e di tanti altri fattori e motivazioni più o meno futili nella maggior parte dei casi. Il lavoro minorile e la prostituzione sono ancora fortemente presenti in tanti paesi, sia poveri che ricchi oppure che stanno pian piano raggiungendo lo status di questi ultimi.
Mi rattrista ammetterlo ma penso che siamo ipocriti quanto il popolo inglese (borghese e ricco) del periodo vittoriano e le ragioni per pensarla in questo modo sono davvero tante, quindi non mi divulgo troppo e lascio cadere questa questione.
Ad ogni modo dal romanzo di Charles Dickens sono stati tratti alcuni film, di cui uno d’animazione conosciuto col nome di “Oliver & Company”. Sono stati messi in scena anche spettacoli teatrali con il suo racconto.
La nostra recensione termina qui. A presto miei cari Sognatori e mie care Sognatrici e ricordate: “chi sogna, viaggia.”

L’attacco dei giganti – Before the fall

Copertina del primo libro di L’attacco dei giganti – Before the fall.

Prequel di uno dei più famosi manga degli ultimi tempi, L’attacco dei giganti – Before the fall è una light novel scritta da Ryo Suzukaze (con le illustrazioni di Thores Shibamoto) e pubblicata dalla Kodansha in Giappone, Panini Comics nel nostro paese.
Attualmente è in corso la trasposizione e pubblicazione di quest’opera sotto forma di un manga in serie, seppur breve perché parte dagli avvenimenti narrati nel secondo libro.
Ad ogni modo L’attacco dei giganti – Before the fall è composta da tre libri e racconta una storia ambientata ben settant’anni prima dagli avvenimenti accaduti nella serie principale. Protagonista del primo libro è Angel, un uomo che lavora presso un’officina e a cui viene affidato il compito di creare qualcosa in grado di fronteggiare i giganti e di aumentare le possibilità di sopravvivenza durante le missioni all’esterno delle mura, peccato solo che non si sappia nulla di veramente concreto sui questi esseri davvero mostruosi.
Nel secondo libro, invece, il protagonista è Kyklo, un ragazzo il cui destino è stato segnato fin dalla sua nascita e cercherà un modo per riscattarsi.

Copertina del secondo libro di L’attacco dei giganti – Before the fall.

Dopo aver citato la trama, entriamo nel vivo dell’opera e procediamo verso le considerazioni personali. Come si è visto, il primo libro di L’attacco dei giganti – Before the fall si concentra sulla creazione del dispositivo per effettuare il movimento tridimensionale, mentre il secondo e il terzo sull’utilizzo in modo corretto ed efficace di quest’ultimo, impresa resa possibile grazie alle incredibili abilità e capacità del protagonista stesso.
Avendo letto tutti e tre i libri, mi sono fatta un’idea abbastanza lineare di tutta la storia. Durante la lettura ho provato tante emozioni e sensazioni: paura, coraggio, tensione, rabbia, speranza … Mi è stato praticamente impossibile non entrare letteralmente nei panni di alcuni personaggi, che in determinati momenti mi davano la sensazione di percepire e vedere me stessa. Ad essere precisi, mi sono molto immedesimata nel personaggio di Kyklo, un ragazzo che desidera semplicemente sapere chi è lui in realtà e soprattutto redimersi, dare una nuova immagine di sé stesso che davvero lo rappresenti oltre che dimostrare il suo valore, le sue abilità e competenze, in pratica quanto vale.
Per quanto riguarda Angel, ho percorso insieme a lui questo cammino, questa parte di storia in cui spesso ho percepito un sapore piuttosto amaro a causa di alcune perdite alquanto significative.

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Copertina del terzo libro di L’attacco dei giganti – Before the fall.

Ad ogni modo com’è stato detto prima, questa light novel permette di avere qualche informazione in più riguardo alcuni elementi di questo mondo creato da Hajime Isayama, in particolar modo sulla creazione del dispositivo per la manovra tridimensionale e su com’è stato scoperto per esempio il punto debole dei giganti.
Se siete fan accaniti di questa famosa serie degli ultimi tempi, vi consiglio di recuperare L’attacco dei giganti – Before the fall per avere qualche informazione in più e qualche chiarimento sulla storia principale, visto che in un certo senso alcune cose partono tutte da qui.
La nostra recensione termina qui. A presto miei cari Sognatori e mie care Sognatrici e ricordate: “chi sogna, viaggia“.

Leggi anche: L’attacco dei giganti – Birth of Rivaille

Zanna Bianca

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Copertina del romanzo Zanna Bianca.

Zanna BiancaWhite Fang in lingua originale – è un romanzo scritto da Jack London e racconta la storia di un lupo con un quarto di sangue di cane. Tutto ha inizio nel Klondike, la taiga canadese. Due cercatori d’oro di nome Henry e Bill cercano di tornare in città con la loro slitta trainata da sei cani, peccato solo che sono braccati da un branco di lupi, alla cui guida c’è una lupa metà cagna. Quando arrivano i soccorritori, Henry e due cani sono gli unici ad essere sopravvissuti ai continui assalti di questo branco feroce ed affamato. E l’attenzione si sposta a un certo punto proprio su quest’ultimo, in cui i maschi sono in continua lotta tra di loro per la conquista della lupa metà cagna. A uscirne vincitore è un lupo chiamato il Guercio (possiede soltanto l’occhio sinistro) e dalla loro unione nascono cinque cuccioli, che a causa della carestia invernale non riescono a sopravvivere eccetto uno (ovvero il nostro protagonista) e quando suo padre viene a mancare perché ucciso dalla lince, sua madre si vede costretta a dover andare a caccia per provvedere a lui. Diventato un po’ più grande, il cucciolo comincia ad esplorare l’ambiente che lo circonda e finisce così per incontrare un gruppo formato da cinque indiani, capitanato da Castoro Grigio. Quando sua madre corre in suo soccorso, l’indiano la riconosce come Kiche, la cagna di suo fratello che scappò tempo a dietro. Dal momento che il suo proprietario non c’è più, decide di prendere sia lei che il cucciolo, che viene chiamato Zanna Bianca. La vita nel villaggio indiano non è per niente facile e il nostro protagonista diventa vittima di aggressioni da parte degli altri cani e in particolare di Lip-Lip (il capobranco), perché non lo riconoscono come loro simile ma come un lupo a tutti gli effetti. La solitudine e l’emarginazione permettono a Zanna Bianca di accrescere i suoi sensi e i suoi istinti naturali e quando raggiunge l’età adulta, affronta il suo rivale e lo uccide, diventando così il nuovo capobranco.
All’età di cinque anni accompagna Castoro Grigio in città e lì viene notato da Smith il Bello, che lo convince con l’inganno a cederglielo e una volta ottenuto, lo maltratta per inferocirlo. Lo sfrutta nei combattimenti clandestini tra cani, in cui esce sempre vincitore finché un giorno affronta un bulldog che riesce a metterlo K.O. Weedon Scott assiste a questo spettacolo crudele e interviene, salvandogli la vita e portandolo via con sé. L’uomo si prende cura di Zanna Bianca, sperando di riuscire a recuperare l’animale. Ci vuole tempo e pazienza ma riesce nel suo intento e il nostro protagonista riacquista la fiducia persa e apprende cos’è l’amore, tanto è vero che quando l’uomo deve tornare in California decide di seguirlo. Ed è così che il lupo entra in contatto con una nuova realtà, quella della civiltà umana. Apprende ben presto quelle che sono le regole della tenuta del giudice Scott e impara ad andare d’accordo con gli animali del posto, mostrando ancora una volta la sua grande capacità di adattamento.
Una notte Jim Hall, un criminale condannato alla sedia elettrica, riesce a fuggire dal carcere e irrompe nella tenuta per uccidere il giudice, ma Zanna Bianca interviene e lo affronta, salvando così la sua vita a rischio della propria. Quando si riprende, ritorna alla tenuta e lì scopre che la Collie ha dato alla luce sei cuccioli, i suoi figli. La storia si conclude con questi cuccioli che riposano insieme al padre sotto il sole che domina la valle.

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Pagina del primo capitolo di Zanna Bianca.

E adesso passiamo alle considerazioni personali. Zanna Bianca è un romanzo che ho sempre amato e credo di averlo letto più di una volta nella mia vita. Dal momento che il lupo è il mio animale preferito – nonché segno zodiacale secondo i nativi americani -, non potevo non leggere questa storia e devo ammettere che Jack London è riuscito a svolgere un buon lavoro con questo romanzo. Non è semplice narrare una storia dal punto di vista di un animale oppure di più animali. Certo possiamo immaginare come sia, ma difficilmente comprenderla visto che abbiamo l’abitudine di osservare il mondo e ciò che accade con i nostri occhi, quelli umani. E siamo portati a ragionare, mentre nel caso di un animale spesso si tratta di istinti naturali e addirittura ancestrali.
Zanna Bianca è un lupo con un quarto di sangue di cane che ha vissuto sulla propria pelliccia sia il bene che il male dell’uomo e ha conosciuto il mondo selvaggio che si cela sia nella sua terra natia, che nei luoghi dove si è estesa la civiltà umana. E’ stato testimone della violenza e della crudeltà presente in entrambi i mondi e ha sperimentato la vita selvaggia del lupo e quella domestica del cane. E’ senza ombra di dubbio un animale splendido, capace di insegnare molte cose attraverso la sua stessa storia. Ovviamente è finzione, ma vale davvero la pena leggere questo libro perché tratta diversi temi come il bullismo e l’emarginazione, la lotta alla sopravvivenza, la violenza, il declino dei popoli nativi, la crudeltà e così via.
La nostra recensione su Zanna Bianca termina qui. A presto miei cari Sognatori e mie care Sognatrici e ricordate: “chi sogna, viaggia“.

La fattoria degli animali

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Manifesto/Copertina di La fattoria degli animali.

La fattoria degli animali – Animal Farm in inglese – è un romanzo scritto da George Orwell. Allegoria del regime totalitario di Stalin,
racconta la storia della Fattoria Padronale, gestita da un uomo di nome Jones. Questo proprietario trascorre la maggior parte del tempo a bere e non si prende granché cura dei suoi animali.
Una notte il Vecchio Maggiore – il maiale più anziano della fattoria –  organizza una riunione, in cui esorta gli animali ad accogliere e fare la rivoluzione quando il suo vento arriverà e insegna loro anche un canto, chiamato “Animali d’Inghilterra“.
Qualche tempo dopo la rivoluzione arriva e gli animali trovano la forza e il coraggio per prendersi la fattoria. A governarla e gestirla, saranno i maiali capeggiati da Palla di Neve e Napoleone. Per una civile convivenza, vengono scritti ben sette comandamenti. Il più famoso è “tutti gli animali sono uguali”.
In un primo tempo sembra che la Fattoria degli animali – si, l’hanno ribattezzata con tanto di bandiera con sopra un corno e uno zoccolo incrociati, allegoria del comunismo – vada a gonfie vele. Sarà così finché un evento non ne guasterà l’equilibro: il ritorno del signor Jones. Stanco di essere preso in giro da chi frequenta il Leone Rosso, decide di riprendersi la fattoria ma non ci riesce. Ed è da questo momento in poi che i rapporti fra i due maiali guida cominciano ad inasprirsi. E un bel giorno durante l’ennesima litigata per la costruzione di un mulino a vento, Napoleone userà i suoi cani addestrati per cacciare via il rivale, che non farà più ritorno nella fattoria e anzi diventerà il capro espiatorio per ogni azione o decisione che il nuovo leader prenderà. Ed è così che la Fattoria degli animali comincia a vivere il suo periodo buio, più nero e oscuro di quando c’erano gli umani. Chiunque osa ribellarsi, non fa una bella fine e ci pensa Clarinetto – il propagandista di Napoleone – a tenere a bada la folla, raccontando loro quelle che possono essere definite come mezze verità oppure falsità totale. Mentre gli animali vivono nella povertà e sofferenza assoluta, i maiali cominciano a comportarsi sempre più come gli esseri umani finché un giorno arrivano a camminare e a vivere esattamente come loro.

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L’ultimo codice presente nel libro La fattoria degli animali.

Dopo aver raccontato la trama, passiamo alle considerazioni personali. La fattoria degli animali è un libro che ho letto al liceo e devo ammettere che mi è piaciuto un sacco, perché mi ha regalato tante emozioni e soprattutto mi ha permesso di riflettere su tante cose. Dal momento che si tratta di un’allegoria del totalitarismo – in particolare staliniano -, mi è stato impossibile non provare dispiacere e rabbia nei confronti sia degli altri animali, che di Napoleone. Mi è dispiaciuto vedere la cocciutaggine di alcuni animali, in particolare di Boxer – il cavallo da tiro che rappresenta il mondo dell’operaio e del lavoratore – che spende tutta la sua esistenza nella realizzazione del mulino a vento, senza chiedersi che cosa ci fosse davvero dietro a tutto questo. I suoi slogan erano “lavorerò di più” e “Napoleone ha sempre ragione“, che verranno sfruttati anche dopo la sua morte, pervenuta attraverso il macello. E Beniamino? Era uno degli animali che sapeva leggere e sapeva benissimo cosa stesse accadendo, ma non ha fatto nulla per cambiare le cose. Rappresenta il classico cinico che non crede in nessun governo, ma è rassegnato al susseguirsi degli eventi quindi non agisce. E per quanto riguarda Napoleone e i maiali che lo seguono, ho provato solo e soltanto rabbia. E’ un dispotico, un odioso opportunista che alla prima occasione ha preso il potere e adesso governa con la paura e con la violenza. E nessuno è capace di ribellarsi a tutto questo.

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L’incidente di Boxer in La fattoria degli animali.

Anche se è stato pubblicato nel 1945, La fattoria degli animali è un libro con una storia dannatamente così attuale da far gelare davvero il sangue. Ciò che viene narrato, esiste ancora oggi in realtà diverse da quella nostra e spesso sotto altre forme qui da noi, che stiamo attraversando questa dannata crisi economica. Ogni giorno vedo la mia gente, il mio popolo soffrire perché non si riesce a trovare lavoro – figuriamoci a tenerselo – e a vivere quella che può essere considerata come un’esistenza dignitosa. C’è chi non riesce ad arrivare a fine mese, chi si ritrova a vivere per strada e così via. A volte si parla di rivoluzione. A volte sento dire “i giovani dovrebbero fare la rivoluzione”. E io mi chiedo: servirebbe? Sicuramente si, se vogliamo cambiare davvero il nostro paese verso un futuro migliore. Peccato che come questi animali nessuno di noi abbia il coraggio di farlo, perché non c’è unione e ognuno pensa solo ed esclusivamente a sé stesso. Nessuno è disposto a perdere quel poco di agiatezza che ha e ci basta chinare la testa, seguendo così il principio dell’arte di arrangiarsi ovvero della sopravvivenza.
La nostra recensione su La fattoria degli animali termina qui. A presto miei cari Sognatori e mie care Sognatrici e ricordate: “chi sogna, viaggia”.

Leggi anche: Il ritratto di Dorian Grey

Il ritratto di Dorian Gray

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Disegno di un artista del web riguardo il romanzo Il ritratto di Dorian Gray.

Il ritratto di Dorian Gray è un romanzo scritto dal celebre Oscar Wilde e racconta la storia di un uomo – lo stesso che dà il nome a questo libro – nel fiore della sua giovinezza e massimo splendore che vive in una Londra in piena epoca Vittoriana, dove la mentalità borghese è sovrana e ne fa da padrona.
Tutto ha inizio quando Basil Hallward – un pittore nonché amico del nostro protagonista – decide di realizzare un ritratto in cui riesce a cogliere tutta l’essenza del giovane, tutta la sua incredibile e insuperabile bellezza. Ed è in questa occasione che Dorian conosce Lord Henry Wotton, un uomo le cui idee e la cui filosofia di vita lo conquisteranno letteralmente e lo porteranno successivamente ad acquisire una certa consapevolezza sulla propria condizione fisica, a tal punto da arrivare a creare quasi una malsana religione e una sorta di credenza attorno alla sua mitica e sconfinata bellezza.
Quando il nostro protagonista si trova faccia a faccia con il suo ritratto, prova invidia verso l’eterna vita di questo oggetto e inconsapevolmente arriva a stipulare una sorta di patto col diavolo: il quadro sarà destinato a portare il peso dell’età che avanza nonché i suoi peccati, mentre lui resterà sempre giovane ed immutato. Dorian scoprirà questa cosa dopo la conclusione della sua tormentata storia d’amore con la giovane e bell’attrice Sybil Vane, morta suicida in seguito alla rottura. Ed è da questo momento in poi che il nostro protagonista si darà a una vita lussuriosa, a esperienze alquanto discutibili in un epoca come quella Vittoriana in quanto è sicuro che tutto ciò che farà, sarà patito dal suo ritratto nascosto in soffitta da sguardi indiscreti. Nessuno verrà a conoscenza del suo segreto, eccetto Basil Hallward che sarà ucciso stesso da lui dopo essere stato criticato negativamente dall’amico, in quanto lo ritiene la causa principale di questa sua condizione. Ogni volta che Dorian si trova faccia a faccia col suo ormai orribile ritratto, lo schernisce finché un giorno decide di distruggerlo con lo stesso coltello con la quale ha ucciso il pittore. I suoi servi lo troveranno invecchiato e con un coltello nel petto, mentre ai suoi piedi c’è un suo ritratto nuovamente giovane e bello.

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Altro disegno sul romanzo Il ritratto di Dorian Gray.

E dopo aver raccontato la trama, passiamo alle considerazioni personali. Il ritratto di Dorian Gray è un romanzo che ho apprezzato molto, quando ero in pieno periodo liceale. Ricordo che studiavo la letteratura inglese, quindi mi toccò fare i conti con uno scrittore come Oscar Wilde, che ammiro e amo particolarmente in quanto mi è sempre apparso come un rivoluzionario per la sua epoca, un precursore per qualcosa che sarebbe arrivato di lì a poco.
Con Il ritratto di Dorian Gray questo scrittore affronta un tema particolare e forse abbastanza ricorrente nella vita di ogni uomo o donna ancora oggi: la caducità della vita, lo scorrere interminabile e senza fine del tempo, di come un’incredibile e stupefacente bellezza sia un bene prezioso per chi ne fa tesoro e ragione di vita ma è effimera e priva di importanza allo stesso tempo perché nessuno può sfuggire a quella che definiamo come “vecchiaia”. E Oscar Wilde ce lo dimostra proprio con Dorian Gray, che arriva alla piena consapevolezza riguardo la sua mitica bellezza da non riuscire ad accettare che un domani non gli apparterrà più, che sparirà per lasciare il posto ad un “decrepito” anziano. E pur di sottrarsi a questa condizione, arriva a stipulare questo patto, questo contratto a discapito del suo splendido ritratto che sarà destinato a incarnare la sua condizione, le sue paure, i suoi dolori e soprattutto i suoi peccati.
Riguardo agli altri personaggi, ho apprezzato molto Lord Henry Wotton. E’ un uomo che non ha paura di esporre la sua filosofia di vita e ogni cosa che gli passa praticamente per la testa. Ciò che mi spaventa di questo personaggio è la sua capacità di comunicazione. Qualunque cosa dica – che sia giusta oppure sbagliata -, riesce a fartela accettare. E’ come se fosse capace di fare il lavaggio del cervello, quindi non c’è da sorprendersi se è riuscito a influenzare il nostro protagonista e a risultare soprattutto affascinante ed accattivante.
La nostra recensione su Il ritratto di Dorian Gray termina qui. A presto miei cari Sognatori e mie care Sognatrici e ricordate: “chi sogna, viaggia“.